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«Forse l’universo non è solo Caos». Appunti emozionali su Maniac

« Tutto ebbe inizio così, due miliardi di anni fa. Nel nulla, in un istante, il tutto. Non ci sarebbero né galassie, né soli, né pianeti senza la collisione tra corpi celesti».

Si apre così, con gli echi dei tempi e la grande incomparabile del vuoto senza limiti, la miniserie targata Netflix scritta e diretta da Cary Fukunaga,  riprendendo l’intuizione narrativa di un’omonima serie TV norvegese del 2014.  Dopo aver curato la regia nella prima stagione di True Detective (che gli è valsa un Emmy), il regista californiano ritorna al mondo – anzi ai mondi- della serialità televisiva con Maniac. La serie, con i suoi 10 episodi, accompagna lo spettatore, letteralmente, in una analisi emozionale dei rapporti umani, amplificando la dimensione onirica e psichica attraverso una brillante scenografia fantascientifica dal sapore vintage.

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La storia –  Annie Landsberg, interpretata da Emma Stone, e Owen Milgrin, che ha il volto di Jonah Hill, sono i protagonisti della storia che, tuttavia, va percepita più come un fluire di sensazione che non di accadimenti.  Annie e Owen vengono accompagnati attraverso una serie di trame relazionali, nella maggior parte dei casi di spessore fragilissimo. Spicca su tutti, proprie per rendere l’idea del carattere evanescente di tali rapporti, quello che Owen ha con la propria famiglia. Nel salotto di casa, appeso al muro, c’era il classico ritratto che simboleggia usualmente l’unità familiare. Ecco, Owen è assente. Non c’è, non è ritratto, come se non fosse famiglia lui.  Altro esempio, di questa inconsistenza relazionale, è l’App “Find a friend”, strumento essenziale di mediazione nella costruzione del rapporto con l’altro. Una app, appunto. Non la prossimità o la concretezza dello stare insieme. Ed è questo il punto chiave della prospettiva di Fukunaga: come si arriva all’altro? Quando la prossimità diventa realmente vicinanza?

La malattia – I due protagonisti per ragioni differenti, Owen spera di trovare una cura alla sua schizofrenia,  Annie tenta di superare il trauma della morte della sorella, si offrono volontari per una sperimentazione farmaceutica innovativa monitorata dal dr. James Mantleray (che ha le fattezze di Justin Theroux) e dal supercomputer GRTA.

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Durante la terapia  Annie e Owen vengono catapultati in realtà simulate create appositamente per far rivivere, in una molteplicità di ambientazioni differenti il trauma che li ha consegnati alle loro fragilità. L’obiettivo di questa immersione puntuale e continuativa sarebbe quello di assicurare il superamento del dolore e la conquista della felicità perduta.

Nei “riflessi” onirici non c’è tuttavia traccia di realtà o di corporeità. Ogni singolo movimento, sensazione, sentimento è monitorato e programmato scientificamente secondo un rigido schema asettico e incontestabile – così come la realtà distopica che fluttua attorno ai personaggi.L’esperienza memoriale è individuale e limitata al paziente che sogna/ricorda. «La memoria», dice Bergson, «è il punto di contatto tra l’immagine del mondo e noi stessi». Letteralmente, un puro contatto, senza presenza o permanenza.

Secondo la schema di funzione dell’esperimento, ognuno deve seguire un percorso separato. E nella fase primordiale dell’esperimento (quella relativa alla somministrazione della pillola “A”) i due protagonisti affrontano ognuno per proprio conto la visione immaginifica di un passato travagliato. Dolore, come vuole l’etimologia, ha la sua origine nel verbo ‘dolere’ e cioè ‘sentire dolore’, una sfera percettiva quindi esclusivamente associata a una fisicità/corporeità esclusiva e singolare.

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Nella seconda seduta avviene la rottura: il supercomputer GRTA, le cui modalità di relazione sono in tutto comparabile a quelle umane, si ribella agli ordini del proprio creatore e manomette, volontariamente, la sperimentazione. Non è difficile leggere qui un omaggio kubrikiano ad HAL 9000 di 2001:Odissea nello spazio.

Grazie a questo espediente tecnico Annie e Owen si ritrovano  ad affrontare insieme ogni fantasia distopica a loro proposta. In mondi disegnati dal pennello dell’immaginazione disfunzionale, i due protagonisti percorrono insieme la strada per la vittoria. Nel contatto si concretizza il passaggio risolutivo. Non è la scienza o la cura somministrata chimicamente, ma  la vicinanza, la scintilla emotiva che annienta l’origine primaria del loro dolore: la solitudine. La condivisione di un sentimento sono lo slancio vitale che conferiscono ad Annie la forza di guardare nuovamente alla vita con un principio di fiducia: «Forse l’Universo non è solo Caos».

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L’oggetto simbolico – C’è parallelo allo sviluppo relazionale dei protagonista, un piano simbolico sviluppato da Fukunaga che merita di essere preso in considerazione. Una riposta, forse cripitica, forse evasiva, agli interrogativi del vivere declinati sentimentalmente si concretizza, per paradosso, in un oggetto: il cubo di Rubik. Owen lo indossa continuamente, ha con esso una relazione reale, fisica. Ecco allora come il cubo altro non sia che lo stesso universo del reale: il suo essere addosso è la stessa realtà del vivere che sembra dividere e lasciare dispersi le persone, come gli oggetti. In verità, basta conoscere le regole di funzionamento e i colori si mettono in successione e le persone tornano a parlarsi.

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Popmag è una testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Macerata - numero 633 del 14 Febbraio 2018