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Bohemian Rhapsody: i Queen e le lacrime

Dopo anni di tentativi andati in fumo, è arrivanto nelle sale cinematografiche di tutto il mondo Bohemian Rhapsody. Il film sui Queen e, in particolare, sulla vita artistica di Freddie Mercury, morto di AIDS nel novembre 1991. Il film in sé non va oltre la mediocrità. Si tratta di un biopic pensato per essere al limite del documentario: non esiste un’idea in grado di guidare il racconto, esaltare determinati aspetti anziché altri, e così via. La ricostruzione della storia dei Queen, dalla fondazione al Live Aid del 1985, appare dunque come una rassegna, l’enumerazione, l’elenco, degli eventi significativi, peraltro anche con molte imprecisioni cronologiche. Sceneggiatura e dialoghi scadenti, pieni zeppi di citazioni celebri ma quasi decontestualizzate, e la supervisione delle Regine superstiti a “giustificare” il tutto, non hanno permesso a questa storia di sprigionare tutte le sue potenzialità. Questo, nonostante la colonna sonora e l’altrettanto sontuosa interpretazione di Rami Malek nei panni (e nei denti) del protagonista.

Tutto ciò non nega comunque il valore commemorativo e celebrativo del film. Si piange moltissimo. E si piange a suon di musica. Canzoni ultra-note e ridondanti come la stessa We are the champions rispolverano una carica emotiva enorme. Ed è esattamente questo il punto che va indagato. È qui che va posta la domanda: “perché?”. Sul suo blog, il critico cinematografico Valerio Caprara, si chiede in proposito: “sia pure trascinati dall’innegabile suggestione, è impossibile non interrogarsi sull’apparente assurdità dell’operazione e sulle ragioni per cui il cinema ha profuso milioni di dollari per riprodurre nel simulacro (come lo definirebbe il filosofo Baudrillard) dei pixel dell’alta definizione le facilmente reperibili e venerabili immagini passate alla storia”.

Dice bene Caprara: l’assurdità è solo apparente. Perché ricostruire, in ogni singolo dettaglio e in ogni singolo movimento, quelle che già esistono come immagini di repertorio? Si tratta di mero fanservice, di ostentazione manieristica? Perché insomma far rivedere, per così dire “aggiornate”, immagini che ciascun fan (e non) conosce a memoria o che potrebbe tranquillamente recuperare su YouTube? L’intento è chiaramente quello di portare alla commozione. Ma la domanda allora si sposta: perché una semplice riproduzione pedissequa riesce a fare emozionare? La risposta più ovvia, corretta ma con riserva, è che la riproduzione permette ai ricordi di gioventù di rivivere. Ma si tratta davvero solo di nostalgia? E che dire di chi i tempi d’oro dei Queen non li ha mai vissuti?

La risposta a questa domanda sta in ciò che i Queen, ad oggi, rappresentano. Il loro talento non si discute, né la bellezza delle loro canzoni o la genialità che sta dietro alcune sperimentazioni e innovazioni musicali. Il punto è che oggi i Queen sono, nell’immaginario collettivo, “la più grande band di tutti i tempi”. Beninteso: non è che non siano loro ma i Beatles o i Pink Floyd o i Led Zeppelin o i Burzum o altri. Per chi si occupa seriamente di musica, esiste sicuramente una indicizzazione qualitativa, la consapevolezza dell’apporto di alcuni gruppi piuttosto che di altri alla storia del rock, ecc., ma di certo non esiste “la più grande band di tutti i tempi”. Ma ancor più che su quel “la più grande”, occorrerebbe concentrarsi su quel “di tutti i tempi”. Un’eternizzazione sicuramente fanatica ma che dice più di quanto si pensi sulla percezione del tempo storico in quest’epoca.

In quel “di tutti i tempi” risiede infatti la glorificazione del passato di fronte ad un presente inconsistente e ad un futuro negato. Si tratta di una percezione universale, ma appunto di una percezione. La realtà è ben diversa: la svolta digitale sta trasformando il mondo, l’uomo, e anche la stessa musica. Il progresso antropologico c’è ma è rapido, a tratti invisibile: spaventa, e se spaventa si fa fatica a comprenderlo, tanto più ad accettarlo. L’arte coglie questa generale instabilità, questa percezione collettiva che necessita di punti fermi. La riproduzione pedissequa del Live Aid è la riproposizione di un passato, morto, per definizione. Ciò che non torna, può tornare. Anzi deve, ce n’è bisogno. Di conseguenza: esaltazione del vintage, ritorno in auge del mito della Patria, e continui remake cinematografici, o riproduzione pedissequa dei Queen al Live Aid.

Eppure Freddie Mercury, in un’intervista, parlava dei brani dei Queen in questi termini: “penso che le canzoni dei Queen siano semplice evasione […]. Mi piace scrivere canzoni per divertimento, per consumo. La gente può gettarle via come un fazzoletto dopo. La ascolti, ti piace, la butti, poi avanti con la prossima. Pop usa e getta, sì”. La differenza con quest’epoca è che nel passato cui appartiene anche Bohemian Rhapsody, la canzone, si impugnava fieramente il grimaldello della storia, per forzarne il corso, su tutti i piani e in tutti gli ambiti. Ora invece, la storia non si è fermata ma il grimaldello è andato perduto. Così non si getta via più niente. Il fazzoletto sporco viene riprodotto e riproposto in ogni dettaglio, perché è quella capacità di fare la storia accettandone la contingenza, di puntare cioè sempre al novum, alla possibilità ulteriore, che manca totalmente. Ecco a cosa si devono le lacrime che sommergono le sale di tutto il mondo alla proiezione di Bohemian Rhapsody: al senso di inadeguatezza e di inettitudine che si prova quando non si riesce ad oltrepassare la soglia di un portale spalancato.


Credit photo: Cinematographe.it.

Lorenzo Di Maria è laureato in Filosofia con una tesi sulla fine della storia e del politico in Alexandre Kojève. Ha pubblicato articoli per Globus, Players e Lo Sguardo.

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Popmag è una testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Macerata - numero 633 del 14 Febbraio 2018