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La parola parlata: TikTok, Alain Resnais e i musicarelli

 

TikTok è la prossima “big thing” del mondo dei social network? È questa l’opinione comune degli addetti ai lavori che vedono nell’app cinese di creazione di micro-video la nuova star del mondo digitale. Al momento, ha superato la barriera dei 500 milioni di download e si appresta a creare nuovi abitudini e nuovi personaggi.

Perché questo successo? Si proverà a costruire un percorso che, arrivando a TikTok, provi a spiegare questa esigenza crescente verso le parole condivise, le parole già sempre dette e conosciute che nella cultura popolare (in questo caso, pop e popolare davvero si sovrappongono) sono rappresentate dalle canzoni. Alla condivisione individuale che utilizza l’esimente argomentativo “questo è il mio pensiero”, “così la vedo io”, “questo sento io”, presumendo di utilizzare una parola propria, originale e vitale che sembra volersi sempre sottrarre dal confronto con l’altro, si contrappone dunque l’esigenza di ritrovare un terreno comune condiviso dove la parola sia già sempre parlata, già metabolizzata dagli interlocutori e, quindi, già sempre comune.

I musicarelli – Con questo vezzeggiativo, dai toni paternalistici, si definiscono i film in voga a partire dalla seconda metà degli anni ’60 che si costruivano intorno a un successo musicale e vedevano protagonisti i cantanti famosi del periodo, da Gianni Morandi a Little Tony, da Rita Pavone a Caterina Caselli. Si trattava, per lo più, di pellicole dalla trama molto esile e da una non particolare attenzione recitativa che avevano come principale scopo quello di costruire situazioni nelle quali poter utilizzare le canzoni del cantante/della cantante protagonista. Storie al servizio della colonna sonora. E qui arriva il punto chiave. La storia, il racconto sono le canzoni, cioè la nuova mitologia popolare. Nei versi delle canzoni c’è il passaggio alla cultura di massa, al tempo libero, al consumo culturale come forma di divertimento. Nel conoscere a memoria i testi delle canzoni c’è la condivisione del proprio tempo appreso nelle nuove forme della produzione culturale. Andare al cinema era sentirsi al proprio posto, ritrovando le parole conosciute, le parole moderne che identificavano un nuovo linguaggio, che unificavano le nuove generazioni.

Sono un momento di grande consapevolezza implicita i musicarelli, sono il momento in cui si crea, anche grazie al contributo della televisione, la nuova lingua per tutti, una lingua popolare, semplice, fatti di sentimenti e di aspirazione. Una lingua, finalmente, d’uso, parlata e comprensibile da tutti. Una lingua comune, dove le parole di tutti sono le parole di ciascuno e, parlandole, ci si comprende.

Parole, parole, parole – Questa è la traduzione in italiano di un bel film del 1997 con la regia di Alain Resnais, il cui titolo in lingua originale era il più significativo e adatto On connaît la chanson (“Conosciamo la canzone“). Sono passiti quasi trent’anni dalla stagione dei musicarelli. Il contesto culturale dentro il quale si muove Resnais è completamente diverso, non tanto per la sua provenienza francese, quanto per la sua inclinazione da cineasta sperimentale molto lontana (in apparenza) da quella dimensione popolare di cui si nutrivano i musicarelli.

Proprio questa presunta distanza rende interessante l’operazione narrativa di Resnais, che dimostra viceversa la profondità di lettura del mondo da parte di un intellettuale che non si ingabbia in schemi preconcetti. La trama del film è abbastanza classica. Ambientazione parigina, coppie in crisi, difficoltà caratteriali e verbosità accentuata. Cos’è che contraddistingue allora il film? Il ricorso alle canzoni, alle canzoni pop francesi. Non semplicisticamente come colonna sonora, ma come centro narrativo, come momento di risoluzione dialogica. Quando un personaggio è al punto di esprimere la propria convinzione profonda, il proprio sentire, il proprio punto di vista, parte la canzone, “prende a prestito” le parole delle canzoni che tutti conoscono.

Ecco qui che si ripropone, in un meccanismo di maggiore sofisticazione e ricercatezza, il tratto distintivo di una cultura pop ormai sedimentata: la necessità di una parola parlata come condizione di comprensione reciproca. Le parole delle canzoni sono parole di tutti e, allo stesso tempo, danno a ciascuno la possibilità di esprimere la profondità del proprio sé. È come se fossero il collante invisibile della comunità, il raccordo che trattiene le forze centrifughe della singolarità e permette (fortunatamente) a quest’ultima di rimanere in contatto con gli altri. Come un tempo le leggende, le canzoni fanno questo: tengono insieme. Sono il canale culturale popolare che nutre la comunità con parole che non ricercano di autenticità od originalità, perché sono già sempre di tutti, devono essere già sempre di tutti, perché solo le parole possono essere dette ed esistere come proiezione di relazione.

TikTok – Si ritorna ora all’inizio. L’app cinese di micro-video. Il tratto caratteristico di questa nuova applicazione è l’accompagnamento musicale che anima le mini-clip da condividere. Si tratta di video musicali personalizzati, inseriti nel contesto di vita di chi li crea. Quindici secondi davanti alla specchio mentre ci si lava i denti e una canzone che interpreta lo stato d’animo. Una ricetta con le parole in sottofondo che ne trasmettano il significato. E via via tutte le possibilità di costruzione e creazione che, nel corso della quotidianità, si presentano come occasione di comunicazione. Le potenzialità espressive sono infinite. La produzione musicale cui attingere, altrettanto.

Il cambio di scenario diventa subito evidente. Il ricorso alla parola musicata come traiettoria di comunicazione prioritaria rovescia il quadro di costruzione dei social network, così come sono stati pensati finora. La creazione di contenuti era espressione soggettiva, di una parola che doveva essere la propria (è secondario che poi non lo sia quasi mai, è la consapevolezza dell’emittente che conta). Esprimere se stessi attraverso un sé creativo e divisivo, quasi impositivo: questo è il tratto predominante dei social al momento. Scegliere una canzone, condividere il messaggio di una parola altrui, estranea, ma compresa, di tutti, ma propria, trasforma la stessa disposizione dell’emittente comunicativo. Rimane la creatività. Il video è interamente una forma espressiva che costruisce il singolo come desidera. Cambia la natura del messaggio. La parola non è più autonoma, è parlata, conosciuta, compresa e condivisa.

Sarà il prossimo crack del mondo digitale TikTok? Ci sono probabilità molto alte che sarà così. Sicuramente è uno slittamento funzionale importante. Ritorna infatti al centro della comunicazione un’esigenza fondamentale di ogni cultura veramente pop: la centralità di una parola già detta, dimessa, democratica, condivisa che non accampa mai pretese di unicità.

 

Credit foto: profilo LinkedIn di TikTok

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Popmag è una testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Macerata - numero 633 del 14 Febbraio 2018