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Capri-Revolution, la strada per l’indipendenza

Siamo a Capri, negli anni ’10 del ventesimo secolo. Lucia è una giovane capraia analfabeta che vive in una famiglia patriarcale insieme alla madre e ai due fratelli. Un giorno scopre una zona dell’isola con un gruppo di ragazzi e ragazze nudi al sole. Inizia a spiarli a distanza e a rimanere affascinata da uno stile di vita completamente diverso da quello in cui è cresciuta. Dopo essere entrata in contatto con Seybu, figura di riferimento di questa comune di persone, tutte straniere, abbandonerà la mamma e i fratelli per intraprendere un percorso di maturazione e indipendenza.

Martone prosegue e completa questa sorta di trilogia con al centro il contesto storico dell’Italia tra ‘800 e ‘900 (iniziato con il Risorgimento raccontato in Noi credevamo e proseguito con la figura di Giacomo Leopardi nel Giovane Favoloso), portando a un livello ulteriore la speculazione intrapresa nei film precedenti. Il tema su cui si agita CapriRevolution è quello del rapporto tra collettività e individualità, attraverso il processo di conoscenza e di confronto tra ideali di progresso e sviluppo da una parte, e il tentativo di una riflessione sulla società in relazione alla natura.

Natura e politica, individuo e collettività

«La trilogia – spiega il regista – è venuta strada facendo. Non ho pensato a monte di lavorare su questo tipo di percorso. Di Leopardi ho scoperto la possibilità che potesse essere una voce importante ancora oggi mentre stavo girando Noi Credevamo. Il Giovane Favoloso si conclude con i versi della Ginestra dove il poeta si interroga sul legame tra natura e politica. E sono proprio questi i temi di Capri-Revolution. C’è anche un altro filo che lega questi film. I protagonisti sono sempre ribelli, giovani. Sono anche la testimonianza e il desiderio di raccontare un’Italia che non è doma, che sente la spinta a cambiare e interrogarsi sul rapporto tra collettività ed individualità».

L’isola di Capri mette i personaggi in una condizione di inevitabile confronto, in un contesto, quello dell’imminenza del primo conflitto mondiale, che rende tutto più urgente, ineluttabile. E se in alcuni dialoghi il film risulta didascalico a discapito della sua fruibilità cinematografica, non si perde tuttavia l’efficacia del confronto dialettico: i personaggi esprimono punti di vista chiari, netti, con in mezzo il percorso di Lucia, che in divenire conquista una sua indipendenza guardando sempre oltre, guardando verso il futuro.

Al centro la donna

Anche in questo film emerge forte la figura femminile, che dai tempi dell’Amore Molesto torna a essere protagonista. Martone vede nella sensibilità femminile l’unica possibilità per cambiare un paradigma da sempre dominato dalla visione maschile, e ormai inaridito e destinato al fallimento:

«Il personaggio di Lucia, vive nel suo confrontarsi con questi mondi maschili che attraversa, di cui si imbeve, e che riesce a un certo punto a superare. Lucia porta su di sé l’umano, si apre a una trasformazione profonda. Si ribella alla sua famiglia ma preserva il sentimento dell’amore, non lo trasforma in odio. C’è una profondità tutta femminile che sottolinea il bisogno di un mondo in cui le donne possano avere una centralità compiuta. Quel suo sguardo finale in avanti, verso l’orizzonte, è la conclusione ideale della trilogia».

Di contro, all’evoluzione, anzi sarebbe più corretto dire rivoluzione, di Lucia, ci sono le figure marcate, radicali, nette, dei personaggi maschili: dai fratelli di Lucia, ancorati alla visione patriarcale, a Seybu, guida della comune dell’isola, fino a Carlo, il giovane dottore dell’isola. Diversi passaggi mettono a confronto le loro idee, in particolare quelle di Seybu e Carlo, in una dialettica tra progresso e natura, tra arte e scienza, tra l’idea razionalista della realtà come un mezzo conoscitivo (il dottore appoggia la guerra come unica possibilità di rivoluzione vera) e quella magmatica della realtà (che Seybu pone alla base del vivere nella Comune) come condivisione energetica di tutto ciò che viviamo, dalla danza alla produzione agricola, dall’elettricità all’omeopatia. Ogni singolo aspetto della vita si interpreta nella contaminazione dell’uno nella vita dell’altro, nella percezione della natura e del suo slancio vitale.

Capri, isola-mondo

Temi che rispecchiano il sentire filosofico e artistico dell’epoca (non a caso Martone citerà Beuys in un passaggio del film, inserendo la sua Capri-battery), che si prepara a vivere l’immane tragedia della Grande guerra. In quel momento in cui diventa sempre più serrato il dibattito su quale potesse essere la società ideale, Capri si offre come territorio ideale per mostrarne dialetticamente le possibilità.

«Questo film – continua Martone – mette a confronto mondi diversi, punti di vista diversi. Il mondo contadino di Lucia, gli ideali di Carlo, l’esperienza della comune. L’isola diviene il mondo. E di fatto l’isola è la metafora del mondo. E quando ci si trova su di un’isola l’unica cosa possibile è confrontarsi. Inutile pensare di chiudersi, di tirare su muri, il confronto diviene necessario, inevitabile. Questo elemento mi sembrava vitale raccontarlo oggi, visto che viviamo un tempo in cui sembra che tutto si debba chiudere, in cui molto spesso l’odio e la paura fanno da collante alla realtà che viviamo. La figura di Lucia, luminosa nel film, non ha paura dell’altro, non ha paura del confronto, e al tempo stesso non le bastano le impostazioni ideologiche maschili che le provengono dal dottore e da Seybu. Vive un processo di maturazione e indipendenza che la porterà oltre. Con Capri Revolution abbiamo voluto provare a raccontare tutto questo».

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