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Killing Eve e il tramonto dell’autorità simbolica

Per barcamenarsi nel caos geopolitico e massmediale degli ultimissimi anni, una caos di cui il nostro paese è limpida rappresentazione, la logica narrativa di alcune delle migliori serie degli ultimi anni può essere particolarmente utile; non perché queste serie facciano rifermento didascalicamente alla contemporaneità, anche perché quando c’è tale riferimento è sempre filtrato dalla distopia. Una fortunata serie come Killing Eve, ideata da Phoebe Waller-Bridge, già uscita con ottimi risultati in America e attesa in ottobre in Italia (che tra le altre cose possiede il merito di aver evidenziato il talento di Sandra Oh, ovvero Christina Yang di Grey’s Anatomy), si inscrive perfettamente nella dinamica culturale e spirituale che caratterizza l’arena massmediale dei social, i cosiddetti “populismi” politici, nonché la tendenza crescente a non riconoscere l’autorità scientifica, professionale, intellettiva, esperenziale in qualsiasi settore.

Proprio questo è il tratto decisivo: lo smarrimento dell’autorità simbolica da parte della agencies che, tanto istituzionalmente quanto tradizionalmente, avevano fino ad oggi regolato l’orizzonte culturale. Se prima infatti la polemica o la critica erano frequenti, queste però non arrivavano mai al punto di promuovere la sostituzione della propria idea a quella del medico, dell’ingegnere, del giudice, del politico. La colpa di questa vanificazione radicale dell’autorità simbolica, trasmessa anche alle istituzioni dello Stato, è da attribuire ovviamente ai detentori di quelle autorità, che negli ultimi anni non hanno saputo dimostrare o mantenere nei fatti né la loro efficacia né la loro buona fede, o perché è diventato palese che il loro ruolo era al servizio del misfatto, o perché tale ruolo ha contribuito al peggioramento delle condizioni di vita delle masse.

La crisi dell’autorità simbolica si trasmette anche nell’immaginario seriale narrativo: la prima tappa di questa crisi è il ruolo predominante che categorie come quelle di cinismo e sarcasmo assumono per il profilo psicologico di alcuni dei personaggi principali. E tuttavia, per quanto cinici, sarcastici, amorali, Sherlock Holmes e Gregory House mantenevano eccome la loro autorità simbolica, perché definita dal loro genio e dal loro talento, ancora al servizio di “buone cause”. Con Walter White di Breaking Bad, il discorso cambia, accentuandosi con i magnifici villains della serie Fargo: qui l’autorità simbolica si sgancia dall’etica, e ciò che attrae resta il genio e l’architettura perfetta degli eventi.

Villanelle, il sicario serial killer sociopatico di Killing Eve, è un’assassina talentuosa ed estremamente intelligente; nei modi di fare ricorda Moriarty di Sherlock o Ramsay Bolton de Il trono di spade più che il tenebroso e impassibile Chigurh di Non è un paese per vecchi. Perciò un’autorità simbolica già mitigata da atteggiamenti spesso infantili, che cinicamente traducono il dramma in farsa comica; ma ciò che conta di più è come la successione di colpi di scena e come l’indagine dell’investigatrice Eve Polastri non siano più sostenuti da una struttura classica capace di sacralizzare le funzioni base. Le cose accadono, in maniera fredda, spesso casuale e insensata: una pugnalata o la morte di un personaggio diventano elementi da commedia, e questo fa di Villanelle sì un genio, ma in un mondo di assoluta contingenza, dove anche gli organi di polizia oltre ai cattivi si muovono in maniera goffa. Lo stesso principio troviamo in un’altra spy-crime come Patriot di Steve Conrad del 2017, addirittura portato all’eccesso: alla narrazione romantica ed “epica” della spy classica, qui si sostituisce una narrazione costruita su vicende che appaiono surreali per quanto casuali, caotiche, pasticciate.

L’autorità dell’immaginario spy ha ceduto completamente a un universo spietato e inadeguato, dove le autorità non sono neppure capaci di tutelare l’identità segreta dell’infiltrato, e dove la povera spia è il tipico problem solver che deve aggiustare e rimediare ai danni e agli errori di calcolo: ancora una volta, la dimostrazione che l’apparato simbolico che sosteneva i generi classici della narrazione televisiva e cinematografica si è sregolato lasciando macerie ed ostacoli, che solo personaggi capaci e al di sopra delle righe possono affrontare.


 

Credit Foto: BBC America

Alessandro Alfieri è saggista e critico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma e si occupa di estetica dell’audiovisivo e cultura di massa. Tra le sue pubblicazioni Il cinismo dei media, Dal simulacro alla Storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino e Lady Gaga. La seduzione del mostro.

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Popmag è una testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Macerata - numero 633 del 14 Febbraio 2018