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Popsound: musica e filosofia a Popsophia

La rassegna Popsound curata dal sottoscritto ha avuto la funzione e il privilegio di chiudere, a sera inoltrata, le quattro intense giornate del Festival Popsophia 2018 andato in scena dal 2 al 5 agosto 2018 a Civitanova Marche; un’occasione unica per confrontarsi con alcune delle più celebrate icone della storia della popular music classica e recente, in un viaggio tra estetica, musicologia, sociologia e ovviamente filosofia. Con i Velvet Underground, nel cuore degli anni Sessanta ci troviamo lontani dalla psichedelia di Syd Barrett, ma soprattutto siamo lontani anni luce dalla West coast, ovvero dalla Summer of love. Per la prima volta la musica rock smarrisce la sua ovvietà vitalistica, aprendo una dimensione che segnerà tutta la musica degli anni ’70 e che attraverserà gli '80 approdando al grunge nei '90: il rock diventa il racconto cinematografico di un’umanità deviata, una visione macabra e amorale che richiama il cinema-verité francese di quegli anni, ovvero uno sguardo secco, scarno, volutamente lo-fi. Non c’è vitalismo: non c’è l’inno all’amore smisurato dei Beatles, non c’è l’energia folgorante e muscolare del rock’n’roll e del blues rock dei Rolling Stones, non c’è l’ispirazione lirica e poetica di Dylan, non c’è la visione redentiva e cristica di Morrison a riscattare un universo claustrofobico fatto di musiche amare, autolesioniste, inconciliate. La genialità di Lou Reed e soci è riuscire spesso a esprimere dialetticamente questa dimensione attraverso un’operazione “straniante” con brani parodistici che sono nel medesimo tempo “pop” e “anti-pop”. Lady Gaga è un episodio decisivo per comprendere lo sviluppo del rapporto tra arte e mercato, un rapporto strutturale che segna la storia dell’arte moderna e che esplode nel Novecento: dalla trasformazione dell’arte in merce con l’avvento della borghesia, passando per Baudelaire, arrivando alla tensione delle avanguardie e poi alla piena confluenza di arte e mercato promossa da Andy Warhol. Ma il percorso prosegue: da un lato con Jeff Koons – nome non casuale quando si parla di Lady Gaga – e poi con Gaga stessa. Se fino a Koons compreso, l’arte si era servita della pop culture per rinnovare il proprio immaginario e per contaminarsi con la cultura di massa, ma aveva sempre mantenuto uno statuto di autorità superiore (l’arte nobilita la popular culture, perché quest’ultima viene trasfigurata nella dimensione artistica), con Gaga il processo si inverte: lei fagocita e assorbe il mondo dell’arte per portarlo nel pop. La musica pop prima dell’arte, la sperimentazione artistica al servizio della popstar: dalla Pop Art di Warhol all’Art Pop, titolo di un album importante della cantante del 2013. Gaga si presenta perciò in piena sensibilità warholiana come una “macchina” pop, un essere non più umano che ha consegnato la sua anima all’apparenza dell’universo pop. Un’attenzione specifica non poteva non essere riservata alla nobilissima tradizione della canzone d’autore italiana: Paolo Talanca, critico musicale del blog de Il Fatto Quotidiano e membro della giuria del Premio Tenco, mette in evidenza in un percorso articolato ed esaustivo le tematiche che caratterizzano il genere “canzone d’autore” attraversando alcuni degli episodi più indicativi, da Gino Paoli a Ivan Graziani, da De André fino a quella nuova classe di cantautori rappresentata da Brunori Sas. Per i Radiohead, attraversare l’orizzonte digitale ed elettronico non significa mai rinunciare all’uomo per superarlo in un'ottica post-human: si resta ancorati a temi e problemi ancestrali, che caratterizzano l’esistenza da sempre. L’elettronica non è che uno dei canali per toccare l’interiorità, e questo perché il percorso dei Radiohead è stato in grado di districarsi tra due rischi gravi ai quali hanno ceduto moltissime band: da un lato l’enfasi maniacale sull’elemento della depressione esistenziale delle nuove generazioni orfane della passionalità politica. Per arginare questo rischio, l’estro creativo si è affidato all’originalità della costruzione musicale e delle sonorità, ma anche a sessioni ritmiche tenaci. Il rischio opposto sarebbe potuto essere quello del tecnicismo celebrale e del manierismo fine a se stesso, in altre parole il trionfo e l’ostentazione della competenza e della sperimentazione, e per arginare quest’altro rischio sono le melodie di Thom Yorke a tagliare come una lama l’impianto strumentale, inasprendo ulteriormente l’irriducibile dimensione malinconica e drammatica.

Alessandro Alfieri è saggista e critico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma e si occupa di estetica dell’audiovisivo e cultura di massa. Tra le sue pubblicazioni Il cinismo dei media, Dal simulacro alla Storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino e Lady Gaga. La seduzione del mostro.

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