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Venticinque anni di Power Rangers: tra stereotipi e intuizioni visionarie

Il 28 agosto 1993 veniva trasmesso il primo episodio di una serie destinata a cambiare per sempre il modo di concepire la tv per ragazzi: Mighty Morphin Power Rangers. Si tratta ovviamente di una boutade, ma ciò non toglie che sia innegabile e innegabilmente ridondante la presenza dei variopinti supereroi in tutina e casco nell’immaginario collettivo. Le generazioni cresciute tra gli anni gli anni Novanta e i primi Duemila hanno nei Power Rangers un punto di riferimento assoluto. Così, la Hasbro, multinazionale statunitense del giocattolo che ne detiene i diritti sul merchandising, ha indetto per la giornata di ieri il National Power Rangers Day, invitando i milioni di fan in giro per il mondo a caricare sui social ricordi e rievocazioni di ogni genere.

Alla base dell’incredibile successo dei Power Rangers (siamo alle venti serie all’attivo, per un totale di ventisei stagioni, più tre film di cui uno uscito l’anno scorso) c’è della pregiatissima ruffianeria che, sommata ad effetti speciali a dir poco bizzarri e a balletti che stanno bene solo negli anime, risulta francamente poco digeribile. Il tutto poi sublima divenendo trash e dunque irresistibile e meraviglioso, ma questa è un’altra storia. Ruffianeria si diceva: si pensi alla prima stagione, quella celebrata ieri, quella che iniziava con la sigla heavy metal. Si pensi ai protagonisti e al colore delle rispettive tutine. In ordine sparso: il solito belloccio col carisma da leader, rosso, colore-simbolo del potere; la ragazza orientale vestita ovviamente di giallo; il secchione, blu come la profondità riflessiva, l’equilibrio; la svampita che non poteva che essere rosa; il nero – colpo di scena! – nero. Nel corso del tempo questa attinenza così stretta, al limite del retrogrado, è stata corretta, ma il punto di forza della serie risiede proprio in questa riconoscibilità quasi lapalissiana.

C’è da sottolineare come l’esigenza dello stereotipo fu tutta occidentale. Nella serie originale, ossia nella versione giapponese, i Power Rangers erano cinque ragazzi giapponesi appunto. È per venire incontro al raffinato palato stereotipante, catalogante, del pubblico statunitense che si decise di filmare le sequenze senza casco con attori diversi, meno nazionalizzati, più universalmente riconoscibili (questo spiega anche perché nelle scene d’azione la fisicità dei protagonisti cambiasse in maniera così evidente…e la ranger gialla diventava maschio).

Ma non ci sono solo gli stereotipi. Venticinque anni fa, agli albori dell’era dell’informatica, quella pilot assunse inconsapevolmente un ruolo emblematico e visionario. In quel 1993, Power Rangers parlava di un’umanità giovane, adolescente, che grazie alle nuove ICT (rappresentate da quei marchingegni fanta-tecnologici chiamati “trasformanti”) poteva accedere ad una “Rete Universale“, globale, in grado di trasformare radicalmente l’esistenza di ognuno. Attraverso la rete, l’uomo acquisiva nuove capacità, ne usciva appunto potenziato. E da dove derivano tali potenzialità? Qual è la fonte del potere dei Power Rangers?

In primis, la tuta e il casco cromatici: il passaggio “fortificante” nella rete implica il divenire avatar di se stessi, mascherati sì ma pur sempre distinguibili tramite i colori, come ogni altra cosa nel mondo contemporaneo. Inoltre, la possibilità sempre preservata di togliere il casco in ogni momento pur restando nella tuta è simbolo perfetto dell’indifferenza tra online e offline che caratterizza quest’epoca. In secondo luogo, le potenzialità dei Power Rangers e dunque dell’umanità contemporanea si sprigionano grazie al controllo esercitabile su altre ICT, su tecnologie robotiche in grado di svolgere mansioni precluse all’uomo, come fedeli animali iper-moderni. Ma ancor più importante è il fatto che queste tecnologie, nella prima serie dinosauri chiamati Zord, possano combinarsi tra loro dando vita a Megazord, uno di quei robottoni antropomorfi che da Jeeg in poi sono letteralmente spopolati. Terzo punto: l’elemento zoomorfo strumentale diviene, nella sua ricostituita integralità, l’Uomo stesso. La Rete, insomma, combina, unisce e così potenzia. Del resto, la morale di ogni puntata è sempre che l’unione fa la forza (tematica presente anche in Sense8). Un’unione virtuale che rappresenta, eticamente ma soprattutto concettualmente, la grande intuizione di Mighty Morphin Power Rangers.


 

Lorenzo Di Maria è laureato in Filosofia con una tesi sulla fine della storia e del politico in Alexandre Kojève. Ha pubblicato articoli per Globus, Players e Lo Sguardo.

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Popmag è una testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Macerata - numero 633 del 14 Febbraio 2018